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Il 25 aprile

Il 25 aprile e mio padre

Negli anni 20 e 30 il fascismo s’impose all’attenzione degli italiani e del mondo intero con epiche imprese aeronautiche, opere edilizie, trasmissioni via etere e d’espansione coloniale, supportato anche da movimenti intellettuali come il Futurismo. Più tardi il regime, galvanizzato da questi successi di propaganda, volle trascinare il popolo italiano in avventure ancora più espansionistiche e di potere per emulare l’alleato nazista. A queste scelte, che comportavano la sopraffazione dell’uomo sull’uomo al fine di alimentare la grandezza e l’egoismo di pochi, si contrapposero pochi sensibili osservatori non violenti: cattolici, socialisti e liberi pensatori. Ebbero il coraggio di denunciare apertamente all’opinione pubblica la pericolosa scelta ideologica nazionalista e razzista che si andava delineando. Seppero pagare con l’umiliazione della perdita del lavoro, la violenza dei maltrattamenti, la galera, il confino e con la vita la coraggiosa scelta che fecero da soli in tempi di massima popolarità e successo di un regime sostenuto dalla maggioranza della popolazione italiana. Più tardi altri giovani, sensibili alle ingiustizie ormai evidenti di quel potere totalitario, sentirono il dovere di lottare per la libertà. Come mio padre, quando si unì ai partigiani dopo una drammatica fuga da un provvisorio centro di raccolta di militari italiani fatti prigionieri dopo l’8 settembre 1943, prima di essere inviato nei campi di lavoro in Germania. Ma della sua esperienza vissuta tra i partigiani non andava molto fiero, tuttavia non si pentì della scelta che fece. Scelta amara ma moralmente necessaria dettata dalla sua coscienza di cristiano e di cittadino. Era tormentato dal dubbio: è giusto condannare, odiare e combattere come nemici uomini nostri fratelli che, per sostenere le proprie famiglie, erano costretti da un regime dispotico ad assolvere l’obbligo di un servizio militare, o civile, loro imposto incondizionatamente?

Più chiara e “leale”, se così si può definire, era la guerra che si è combatteva lungo le linee dei fronti, in territorio italiano, dagli eserciti Alleati che avanzando da sud a nord pagavano un durissimo prezzo in vite umane per la nostra liberazione. Giovani ventenni, provenienti da Paesi a noi lontani geograficamente e culturalmente, comunque animati da universali nobili valori di libertà e democrazia, si sacrificavano e cadevano per noi in una terra a loro straniera. Nell’Italia del sud e del centro ci sono molti cimiteri di guerra dove riposano migliaia di questi ragazzi. Anni fa, nei pressi di Montecassino, mi aveva commosso la visita ad un cimitero di soldati polacchi, e d’altre nazionalità che non ricordo, caduti in quei luoghi e ivi sepolti. Un’impressionante vista di croci bianche occupava l’intera cima di una collina e a fatica se ne scorgeva la fine. A questi generosi, sconosciuti e dimenticati giovani, all’infinito dolore delle loro famiglie, nella giornata del 25 aprile e sempre, dovrebbe andare la nostra riconoscenza.

Mio padre a quella festa di liberazione del 25 aprile 1945 non volle partecipare. E in tutte le successive gagliardiche celebrazioni degli ex partigiani, e simpatizzanti che non hanno vissuto quelle vicende, lui se ne stava a casa con la sua famiglia.

Da uomo giusto, e saggio conoscitore della debolezza dell’umana natura messa alla prova dalle miserie della guerra, era amareggiato dal fatto che alcuni dei suoi compagni, tradendo il nobile senso di giustizia e libertà che originariamente li ispirava nella lotta per la resistenza, i meno temperanti e i più impegnati politicamente, al fine di soddisfare la sete di vendetta per le ingiustizie subite, non hanno disdegnato di usare la stessa violenza dei loro nemici nazisti e fascisti ricorrendo a torture, violenze d’ogni genere ed esecuzioni sommarie, anche a guerra già finita, verso militari, civili uomini e donne, preti e sospetti collaboratori, diventando carnefici loro stessi al pari, se non peggio, dei loro nemici fascisti, degenerando e svilendo la giusta guerra di liberazione in una squallida ed odiosa lotta fratricida!

Non a tutti i partigiani, che a guerra finita se ne arrogarono tutto il merito, ma agli Alleati caduti per noi in una terra a loro straniera e ai solitari e nobili combattenti intellettuali; i coraggiosi paladini della libertà di tutti che, in tempi assai più difficili di silenzio e terrore preludenti il fascismo, senz’armi seppero sacrificarsi in prima persona, andava la stima di mio padre.


barbadoroce@alice.it

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