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Medjugorje

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Mi aveva impressionato, in gioventù, un’incisione di Goya raffigurante un uomo dormiente mentre alle sue spalle si agitano mostri volanti somiglianti a grandi ed orrendi pipistrelli. Questi, volteggiando sotto un cielo cupo, minacciosi si avvicinano fino a posarsi sul piano a lui vicino, alle spalle del dormiente, in attesa.
L’opera descritta fa parte della serie i ”Capricci”, una serie di incisioni che, con satira carica di sarcasmo sull’onda dello spirito illuministico anticlericale di fine settecento, denunciano la superstizione e la magia, come ispirazione demoniaca di una società, di un mondo ormai caduco e ingiusto. Quest’opera è intitolata: “Il sonno della ragione produce mostri”.

Mi hanno sempre interessato gli artisti che, oltre alla genialità espressiva e la perizia figurativa, comunicassero aspetti sociali e di pensiero del tempo relativi all’esperienza, lo stato d’animo e il sentimento da loro vissuto. Infatti, quest’opera mi aveva colpito più per il simbolo che per la fattura espressiva, la “ragione”, o meglio “il sonno della ragione”. Ne ero affascinato e mi ha sempre fatto pensare. Le nuove conoscenze dell’umanità che incontri e con la quale ti misuri; le gioie, le difficoltà e le delusioni in tutti gli ambienti che frequenti e vivi, ti fanno maturare e arricchire intellettualmente. E man mano che si acquisiscono verità superiori ti accorgi che le passioni che un tempo ti colpivano, si scolorano, si ridimensionano, vanno a occupare uno spazio più piccolo, più lontano e meno importante nel nostro intimo, se non addirittura provocare un sentimento di stupore e ripulsa fino all’odio, per ciò che allora abbiamo potuto, immeritatamente, sperimentare.
Con la saggezza di oggi, quest’opera di Goya, più significativamente la titolerei: “Il sonno di Dio produce mostri”.

Qui a Medjugorje ti viene da pensare se quello che vedi con gli occhi e senti con il cuore sia sperimentabile con la ragione.
E’ con spirito di umiltà che partecipo a questo pellegrinaggio a Medjugorje. Mi lascio alle spalle il piccolo borgo per salire sul Podbrdo camminando per quella, non tanto lunga ma tortuosa e insidiosa salita, nella desolata e arida pietraia rossastra, in un silenzio interrotto dalle preghiere in tante lingue che non comprendo. Percorso, penso, che è stranamente simile a quello del monte Golgota, detto anche “luogo del teschio”, l’altura non molto alta, poco fuori le mura di Gerusalemme, dove erano crocifissi i malfattori, i traditori, gli impostori, i sovversivi e fra questi il Gesù di Nàzaret. Davanti e dietro di me ci sono altre persone, uomini e donne di ogni età e stato sociale, gruppo eterogeneo, espressione di una diversa umanità, nazionalità, etnia e cultura. Nella loro disuguaglianza mi conforta il pensiero che sono accomunati da un unico motivo: ognuno di loro porta una croce! Capisco, infatti, che grandi, piccole, pesanti o leggere, sono le croci nei loro cuori; le croci dell’umana sofferenza che sono portate su per questa pietraia per essere deposte, ed offerte, ai piedi di una modesta, spoglia e quasi insignificante croce. Questa croce è stata messa per indicare il luogo delle apparizioni di Maria, la madre di Gesù, crocifisso come bestemmiatore e impostore sul Golgota di Gerusalemme. Lei sola, più di ogni altro essere umano, conosce il peso di quelle croci che ognuno di noi porta, quanta sofferenza e dolore rappresentano.
Lei sola conosce e condivide il nostro dolore perché ha intimamente vissuto ai piedi dell’infame patibolo romano, lo strazio della crocifissione del proprio figlio. Il figlio di Dio, un ebreo, il testimone di un folle Amore, incomprensibile all’umana intelligenza, forza misteriosa e gratuita. Per noi immeritata Provvidenza. Il Creatore dell’uomo è stato deriso, oltraggiato, denudato, torturato e crocifisso dagli uomini da Lui stesso creati, sotto gli occhi della propria Madre, implorante. Gli stessi, facendo scempio dell’altro sommo bene, il più prezioso da Lui ricevuto; il libero arbitrio, si rendono gli unici responsabili del male e del bene che si è fatto, si fa e si farà.

Se non ci fosse stata donata questa grande potenza: la libertà, con la possibilità di fare il bene e anche il male secondo i limiti fisici e intellettivi propri potevamo, e a ragione, sostenere di non essere stati creati simili a Lui. E non abbiamo scuse. Noi possiamo aprire le porte del nostro cuore agli altri, per il conseguimento della pace e del bene per tutti, oppure annichilire nel peccato dell’egoismo e della superbia.

Tornado all’opera del Goya mi viene da pensare che alcune sciagurate filosofie, partorite dall’umana ragione e fatte proprie dagli “intellettuali” del nostro tempo, come verità illuminanti e progressiste per il bene dell’uomo, hanno generato mostri con nefasti risultati all’umanità intera. Lo si è visto con il concretizzarsi, nello scorso secolo, dopo l’esaltante scoperta della psicoanalisi, di progetti filosofici senza Dio: dalla teoria del “superuomo” di Nietzsche, con il nazifascismo e dal “socialismo materialista” di Marx, con il comunismo. Preferendo la ragione alla Speranza un’Europa cristiana, sorda e indifferente nonostante i messaggi di Lourdes e di Fatima, continuava, e continua, crocifiggere Cristo e straziare la Sua Madre.
Mi fa molto pensare il recente messaggio di Maria: “Oggi più che mai, Satana è libero da lacci e catene”. Con quali utopistiche follie della ragione, deliri della ragione, dovremo ancora confrontarci in futuro?
Questo Paese ne dà testimonianza. Qui si vedono le ceneri del disastro umanitario che ne è conseguito, riconducibile all’unico grande peccato: il “Peccato Originale”, quello della superbia, del potere dell’uomo che si sente grande, si illude nella sua folle sicurezza della sua intelligenza e scienza, di essere migliore, più potente e fare a meno di Lui.

La superbia è il peccato che grida vendetta al Suo cospetto che, nella Sua infinita Misericordia che perdona, forse non lo sarà.

In questo mondo, in questa terra dell’ex Jugoslavia martoriata dal massacro d’innocenti e dallo “stupro etnico” che orrendamente si consumava sotto gli occhi di tutti noi, degli intellettuali europei e dei pacifisti, possiamo incontrare le vittime, gli uomini da Lui più amati: le madri che come Maria hanno visto la mattanza dei loro figli, gli orfani, le vedove, i violentati, i torturati, i sofferenti, i poveri, i dimenticati e gli impazziti. Vittime tutte dell’umana superbia.

Contrariamente alla nostra ragione, ai nostri piani, al nostro modo limitato e soggettivo di vedere e omologare il mondo, Egli non è vicino ai sapienti e potenti, ma agli umili, ai puri di cuore, ai poveri in spirito, manifestandosi loro come Paraclito: il Sommo Consolatore, il Re, il Pastore di un Regno sicuro e giusto, più alto e perfetto.

Insieme con loro, di fronte a questo Mistero dell’Amore, noi miseri uomini, dobbiamo con umiltà, fiduciosi e in totale abbandono e speranza, solo pregare.

Far nostre e vivere le parole di un uomo, un’illuminata intelligenza, che prima di morire pronunciò le tre fondamentali parole della nostra fede: “adorare, tacere e godere”. Dove, per “tacere”, si riferiva all’”io” dell’arrogante e superba umana ragione.
Con Maria, qui a Medjugorje.
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barbadoroce@alice.it

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