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Riflessione sulla vita

Mi son sempre posto due strane domande:

La prima: si potrebbe ammettere che la natura, non raziocinante, possa essere dotata di una sua intelligenza e saggezza superiore a quella umana e, di conseguenza, che il pianeta terra possa essere considerato un “essere” e non cosa finita?

In questa massa di materia: minerale, vegetale e animale sorprendentemente esiste un’armonia perfetta! Armonia che ha potuto esprimere, dopo milioni di anni, il prodotto finale: l’uomo. L’essere supremo intelligente, dominatore e fruitore delle stesse risorse che l’hanno generato: l’aria, l’acqua, i vegetali e gli animali; elementi e creature inferiori che la natura ha, non casualmente, disposto e previsto da milioni di anni a sussistenza ed utilizzo per la vita e per il bene della sua migliore espressione: la creatura uomo.

Grazie a un’attenta e intelligente osservazione l’uomo ha, da immemorabili tempi, chiamato la natura con il termine “madre”; madre terra! Ha sempre rispettato e invocato la “madre terra” finanche a identificarla come divinità dispensatrice di fertilità e vita, o temuto come forza scatenante di oscuri elementi distruttori e di morte, quindi dotata di una sua “volontà” o “personalità” degna di rispetto. In forza di questo ha imparato a lottare le avversità, ad allevare, a seminare e a coltivare. Con ingegno ha ideato e costruito case, canalizzazioni, argini e dighe sempre più rispondenti alle difficoltà ambientali. Tra successi e fallimenti ha imparato a conoscere, governare e prevenire forze ed avversità enormi. Ha fatto scoperte, ha inventato e costruito utensili più efficienti al fine di acquisire maggior prodotto con meno fatica. E ha saputo trasmettere alle successive generazioni la ricchezza delle proprie esperienze.

Viene da pensare che le difficoltà di vita siano state date a “provvidenza”, dalla madre terra, affinché l’uomo potesse migliorare e maturare intellettualmente per meglio divenire, per se stesso e gli altri esseri del creato, secondo una volontà della natura, o della “natura educatrice dell’uomo”. Difficoltà “educatrici” in quanto finalizzate a stimolare l’osservazione, lo studio ed il pensiero per uno più efficiente sviluppo della massa cerebrale di un ominide in corso di evoluzione, come gli evoluzionisti sostengono. Plasmando al meglio quell’essere che, conseguentemente a queste dure prove, prodotte da circostanze non casuali, si è imposto al vertice del creato.

E’ quindi doveroso domandarci chi siamo e se le nostre ricerche di carattere scientifico e le scelte etiche che esprimiano siano riconducibili alla bontà di quella “volontà” della natura che ci ha originato e che, inconsapevolmente, coopera per il nostro miglior divenire.

La seconda: quando diciamo: il mio corpo, in riferimento alla fisicità del nostro essere, siamo sicuri di essere totalmente consci dell’oggetto di cui parliamo?

Il termine possessivo dovrebbe indicare la padronanza assoluta e il totale dominio di un bene che conosciamo profondamente grazie al nostro raziocinio. Ma così non è.
Io penso che possiamo solamente considerarci gestori, non padroni, della nostra fisicità in quanto godiamo di un bene da noi non creato. Come esseri pensanti ci domandiamo per quale privilegio, o immeritato motivo, ci troviamo a gestire questo stupendo patrimonio! Un corpo in cui i singoli elementi che lo compongono sono di gran lunga superiori alla nostra immaginazione e intelligenza. Infatti non lo conosciamo ma lo scopriamo con impegnativi studi e continue ricerche che man mano svelano le capacità di cui è dotato, e che ci sorprendono. I sensi, per esempio, oltre ad essere preposti a tutela della nostra integrità, e anche d’ausilio alla cognizione ambientale, non li abbiamo inventati, voluti o programmati. La sessualità l’abbiamo scoperta con il crescere dell’età, ci è connaturale pur non conoscendola! Del cervello, la sede dei centri nervosi preposti al controllo del moto, linguaggio e pensiero del nostro essere, non sappiamo ancora nulla!

Se conoscessimo profondamente il nostro corpo sconfiggeremmo le malattie, annulleremmo il dolore fisico e rallenteremmo i processi degenerativi, vivremmo più a lungo e meglio, esprimeremmo il meglio intellettualmente e fisicamente.
Sarebbe, quindi, più corretto usare il plurale de: il nostro corpo. Perché, noi persona, siamo la perfetta fusione di due elementi: l’elemento corpo che pur essendo nostro non è nostro, in quanto si sviluppa, matura e muore, combatte le malattie e si rigenera, indipendentemente dalla nostra volontà e raziocinio, e l’elemento psiche, o anima, preposto a governare, gestire ed utilizzare il corpo per le finalità elettive scelte della stessa. Se poi quest’ultimo elemento, l’anima, possa essere riduttivamente considerata un’attività elettrica di miliardi di neuroni matematicamente interagenti, accesi o innescati da un’energia biologica generata dalla sua stessa corporale fisicità finalizzata alla miglior tutela, oppure: quell’incorporea attività di natura metafisica che, nell’esser derivata, ma non originata, da una fisicità materiale dalla quale diverge in quanto tesa, destinata e finalizzata all’Assoluto e al suo mistero, nessuno potrà mai dimostrarlo.

Questa stupenda simbiosi, di corpo e anima, diventa inaspettatamente grande per la forza di cui è dotata: la procreazione. La possibilità di poter trasmettere la vita con le nostre caratteristiche ad altri esseri. Sentirsi creatori di un’altra irripetibile unicità nell’infinito universo supera ogni nostra ragionevole aspettativa. La domanda che ci si pone: perché?

Se il corpo è stato, secondo la scienza dell’evoluzione, programmato al miglioramento della sua fisicità è ragionevole pensare che anche l’evoluzione dell’attività intellettuale, per sua natura in quest’essere, sia finalizzata al superamento della fisicità, precaria e temporale, perché interessata e protesa verso quell’infinito della conoscenza totale, pur nella limitatezza della sua capacità cognitiva. Una “condizione” che potrebbe rientrare in un disegno di una Volontà, o anima, dell’universo creato, o Creatore, finalizzata al miglior divenire dell’essere uomo; un primordiale palpito d’Infinito nell’essere finito.

Perché mai la vita dell’uomo con la sua attività di pensiero; il porsi domande sulle finalità del suo esistere, delle sue gioie e paure, della sua potenza e fragilità, della sua intelligenza e follia debba essere semplicemente riconducibile a un temporaneo, irripetibile fenomeno elettrico d’attività fisico-psicologica destinata al nulla di un ominide in corso di evoluzione? O considerarla una straordinaria, ma banale, esperienza di fenomenologia esoterica new-age? Oppure il perfetto progetto, cui siamo chiamati ad essere cooperatori, di un più grande Bene, amorevole Volontà e sconosciuta Intelligenza?

Ma aldilà di ogni considerazione filosofica e religiosa, che personalmente ognuno ha, emerge un dato assoluto: la vita è il nostro massimo, insperato bene gratiutamente datoci. Come tale va difeso e protetto con intelligenza da ogni speculazione, strumentalizzazione e banalità che possa alterare o sminuire la sostanza di tal bene. Doverosa quindi è la difesa, la protezione e l’inviolabilità di questo mistero che, come tale, deve essere considerato in forza dell’incertezza delle nostre origini e della nostra esistenza.


barbadoroce@alice.it


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